PASCAL SCHWAIGHOFER.
PREMIO MANOR
Museo Cantonale d’Arte, Lugano, 28 ottobre 2011 – 08 gennaio 2012

Dal 2005 il Museo Cantonale d’Arte ospita, ogni due anni, la mostra dedicata all’artista vincitore del Premio Manor Ticino. Istituito per la prima volta a Lucerna nel 1982 e oggi presente in numerose altre regioni e città, il Premio Manor costituisce uno dei più prestigiosi riconoscimenti nell’ambito dell’arte contemporanea svizzera e spesso ha rappresentato un trampolino di lancio per giovani artisti non ancora noti al grande pubblico. Giunto quest’anno alla sua quarta edizione, il premio è stato assegnato a Pascal Schwaighofer (1976), artista ticinese attualmente residente a Rotterdam, la cui ricerca in ambito installativo e scultoreo riflette su quell’inestricabile intreccio di natura e cultura che costituisce la polarità attorno alla quale si costruisce la nostra esperienza del mondo. La mostra propone una serie di lavori recenti, realizzati dall’artista espressamente per questa occasione.
Il titolo della mostra, che riprende quello di uno dei lavori esposti e che a prima vista sembra evocare i luoghi misteriosi e lontani di un Oriente favoloso, è in realtà costituito dall’acronimo della “Società per lo studio del linguaggio poetico”, fondata a Mosca nel 1916 da alcuni esponenti del formalismo russo. Utilizzando questo nome ormai caduto nell’oblio e ricontestualizzandolo in un ambito completamente nuovo, l’artista fornisce fin da subito una chiave di lettura fondamentale allo spettatore, indicandogli la centralità del concetto di straniamento, che per i formalisti russi costituiva la specificità del linguaggio poetico. In tutta la mostra si avverte infatti un continuo slittamento rispetto alle nostre abitudini e attese percettive, che si materializza in una serie di lavori realizzati con tecniche diverse – dalla fotografia alla scultura, dalle stampe su carta alle installazioni – nei quali l’artista sembra spesso ritrarsi per lasciare spazio alla natura. Quasi tutti i lavori si caratterizzano, infatti, per una materialità fragile e duttile, sulla cui superficie si depositano come segni labili, le tracce di un possibile significato. Altro filo conduttore che percorre la mostra è il riferimento all’arte e alla cultura giapponese. Dichiarato in maniera esplicita nell’opera Qué horas son en el Japon?, costituito da una serie di silografie di Hokusai riprodotte attraverso la tecnica dell’emulsione fotografica direttamente su muro, questo riferimento è però presente in filigrana anche in tutti gli altri lavori esposti, dove l’essenzialità della ricerca plastica e il rigore concettuale dialogano con la sensibilità e la ritualità tipiche della cultura nipponica.